MILANO, QUANTI VIA AJRAGHI CI SONO? DOVE SONO? CHI SAPEVA?

Mai come questa volta il mondo immobiliare è protagonista (in negativo) delle imminenti elezioni del nuovo Sindaco di Milano, prima lo scandalo Affittopoli che ha visto il Pio Albergo Trivulzio (PAT) su tutte le prime pagine, ora è venuto a galla il segreto di pulcinella per chi conosce il real estate meneghino, ovvero il business di tanti cittadini (non esclusiva del figlio del Sindaco Letizia Moratti, proprietario della casa di Batman, al quale, è stato consegnato il Tapiro d’oro da Striscia la Notizia) di vivere e abitare in immobili edificati su aree industriali, in barba alle leggi vigenti, con forte danno economico per il Comune di Milano, in termini di oneri di urbanizzazione: ecco come è stato possibile il giochino.

Chi ha venduto, nei primi anni del nuovo millennio, un’area e/o un immobile industriale in città, sa bene che il valore della proprietà era (ed è) diverso a seconda della destinazione di Piano Regolatore Generale (PRG), maggiore se il capannone era posizionato in zona R (residenziale), minore se I (industriale).

Il costruttore medio, però, non si è perso d’animo, ha ugualmente acquistato capannoni in zona I (pagandoli molto meno, proprio per le suddette caratteristiche) e li ha, di fatto, trasformati in bellissimi appartamenti (evitando di pagare cospicui oneri di urbanizzazione), precisando tuttavia ai potenziali acquirenti i limiti della costruzione.

Chi ha comprato sapeva benissimo tutto dall’inizio, notai, banche e agenti immobiliari sono sempre stati precisi, in merito a questa destinazione (C3, laboratori con permanenza di persone), tuttavia, aveva il vantaggio di costare molto meno (anche il 30% di minor prezzo al metro quadrato), e il limite di non avere l’abitabilità, e di non potere essere legata ad un contratto di mutuo (visto che presupporrebbe la destinazione residenziale), era sopportabile (non era possibile neppure che venisse trasferita la residenza).

In sostanza, dunque, l’acquirente medio di queste soluzioni era un cliente benestante, poteva permettersi di non fare un mutuo, non aveva obblighi di trasferimento di residenza, talvolta acquistava per investimento.

Ma dove sono queste realtà a Milano? In zone di periferia sicuramente, ma anche in location oggi molto ambite. Qualche esempio? Via Savona, lato dispari, in fondo (per tutti i dettagli, visitare il sito http://ec2.it/studiostefanovalabrega/projects/95044-Progetto-di-risanamento-conservativo-ed-ampliamento-degli-edifici-di-Via-Savona-123-Milano/images/1285820), Via Mecenate, non distante dai capannoni della Rai, oppure, in zona Bovisa, Via Candiani, o sui Navigli, per citare alcuni posti dove questo è avvenuto.

Quanto ha perso il Comune di Milano in questi anni? Parecchi milioni di euro sicuramente, tanti e non pochi, difficile fare una valutazione economica precisa. Poteva non sapere cosa stava succedendo l’allora Assessore all’Urbanistica? Praticamente impossibile, la questione era nota nel mondo immobiliare. Chi doveva fare i controlli? Non si sa. Dove erano i vigili  quando la costruzione veniva edificata? Non è dato sapere.

scanso di equivoci, ecco un annuncio immobiliare di due giorni fa estrapolato da un noto portale: Via Savona 123 – 3 stanze da letto – in stabile di nuova costruzione trilocale loft c /3 composto da: soggiorno, cucinotto, due camere doppi servizi, doppia esposizione, terazzino. climatizzazione, predisposizione impianto d`allarme, cassetta di sicurezza. € 458.000, possibilità box euro 41.000 singolo, box doppio euro 46.000.

Sarebbe bello che, con i fatti e/o con risposte concrete, tutti i candidati sindaci spieghino, in maniera articolata, come intendano gestire la cosa una volta eletti.

Kevin John Carones – faremilano@gmail.com

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